Ethernet verso 1.6 Tb/s: cosa cambia nel cablaggio dei Data Center

Set 1, 2026 | Data Center e Sale Dati

Le velocità Ethernet continuano a crescere. Dopo 100, 400 e 800 Gb/s, il lavoro di standardizzazione IEEE comprende ormai anche 1.6 Tb/s, mentre sono già allo studio interfacce capaci di trasmettere 400 Gb/s su una singola lane.

Per chi progetta o gestisce un Data Center, però, il dato più interessante non è soltanto la velocità indicata sulla porta di uno switch.

Dietro una connessione da 800 Gb/s o 1.6 Tb/s ci sono il numero delle lane, il tipo di fibra, le distanze, l’architettura ottica, il numero delle fibre impegnate e le prestazioni che l’intero collegamento deve rispettare.

È qui che l’evoluzione di Ethernet interessa direttamente il cablaggio.

L’arrivo di nuove interfacce non rende automaticamente obsolete le infrastrutture esistenti e non significa che ogni Data Center debba essere riprogettato. Rende però ancora più importante conoscere con precisione ciò che è stato installato, le sue prestazioni e le possibilità che offre per le successive evoluzioni della rete.

Ethernet a 1.6 Tb/s: a che punto siamo

IEEE P802.3dj riguarda Ethernet a 200, 400, 800 Gb/s e 1.6 Tb/s.

Al momento della pubblicazione di questo articolo il progetto è in una fase avanzata del processo di standardizzazione, ma non è ancora uno standard definitivamente pubblicato. Il secondo recirculation ballot IEEE-SA sulla Draft 3.2 si è concluso il 15 agosto 2026 superando la soglia di consenso richiesta per l’approvazione della bozza nel ballot; il processo prosegue con l’esame dei commenti ricevuti e con le successive attività della Task Force.

La distinzione è importante perché permette di parlare di una tecnologia concreta e ormai ben definita nella propria direzione evolutiva senza anticipare il completamento del processo normativo.

Per chi lavora sul layer fisico, però, lo stato amministrativo dello standard è soltanto una parte del tema.

Gli obiettivi tecnici adottati da IEEE permettono già di osservare in quale modo queste velocità stanno modificando il rapporto tra apparati attivi e infrastruttura passiva.

Non esiste una generica “fibra da 1.6 Tb/s”

Dire che una rete utilizzerà fibra ottica a 1,6 Tb/s è insufficiente per descrivere il collegamento.

La capacità complessiva di una porta Ethernet può essere ottenuta attraverso configurazioni fisiche differenti. Cambiano la velocità della singola lane, il numero delle lane, il numero delle fibre utilizzate, la distanza e le caratteristiche del PHY.

Tra gli obiettivi adottati per IEEE P802.3dj figurano, per esempio, collegamenti a 1,6 Tb/s su otto coppie di fibra monomodale, con lunghezze fino ad almeno 500 metri e 2 chilometri.

Per quelle specifiche architetture ottiche parallele vengono quindi utilizzate otto coppie, corrispondenti a sedici fibre complessive.

Questo non significa che Ethernet a 1,6 Tb/s richieda necessariamente sedici fibre.

Significa che una delle modalità considerate da P802.3dj per raggiungere quella capacità utilizza otto coppie di fibra monomodale.

La differenza è sostanziale, soprattutto se osserviamo ciò che IEEE sta già studiando per la generazione successiva.

Più capacità per lane può cambiare anche il cablaggio necessario

Nel marzo 2026 IEEE 802 ha costituito il 400 Gb/s/Lane Signaling Study Group per studiare interfacce elettriche e ottiche su fibra monomodale basate su 400 Gb/s per lane, con distanze ottiche fino a 500 metri.

Tra gli obiettivi approvati dal Working Group nel luglio 2026 figura una soluzione a 1,6 Tb/s su quattro coppie di fibra monomodale fino ad almeno 500 metri.

La capacità complessiva rimane quindi 1,6 Tb/s, mentre il numero delle coppie passa da otto, nella relativa soluzione prevista dagli obiettivi P802.3dj, a quattro nella proposta studiata per la generazione a 400 Gb/s per lane.

Al momento si tratta ancora di uno Study Group e non di uno standard pubblicato. Il dato è comunque molto interessante perché mostra quanto rapidamente possa cambiare il rapporto tra capacità trasmissiva e risorse fisiche necessarie per ottenerla.

Per questo non è sufficiente ragionare sul cablaggio pensando semplicemente di aumentare il numero delle fibre.

La disponibilità di fibre rimane importante, ma conta anche la possibilità di utilizzarle in configurazioni differenti, riconfigurare le terminazioni, modificare i collegamenti e intervenire sull’infrastruttura senza dover ricostruire ogni volta le dorsali.

La fibra multimodale continua a evolvere

La crescita delle velocità viene talvolta interpretata come un progressivo e inevitabile passaggio verso la sola fibra monomodale.

La situazione è più articolata.

La fibra monomodale ha un ruolo fondamentale nelle interconnessioni ad alta capacità e nelle applicazioni che richiedono determinate distanze, ma IEEE continua a sviluppare anche nuovi PHY ad altissima velocità su fibra multimodale.

IEEE P802.3ds riguarda PHY su MMF basati su 200 Gb/s per lunghezza d’onda.

Gli obiettivi comprendono 200 Gb/s su una coppia di fibre multimodali, 400 Gb/s su due coppie, 800 Gb/s su quattro coppie e 1,6 Tb/s su otto coppie, con lunghezze fino ad almeno 30 e 50 metri.

Anche P802.3ds è ancora in fase di sviluppo. La Draft 1.2 ha appena completato, alla fine di agosto 2026, la propria terza Task Force review.

Il dato interessante è però già evidente.

Non esiste una regola secondo cui l’aumento della velocità renda automaticamente superata la fibra multimodale. MMF e SMF continuano a rispondere a condizioni applicative differenti e la scelta deve essere valutata considerando distanza, architettura, ottiche previste, costi complessivi, possibilità di evoluzione e infrastruttura eventualmente già presente.

Ridurre la scelta a una classifica tra multimodale e monomodale porta quasi sempre a perdere la parte più importante del problema: capire quale soluzione sia corretta per quella specifica infrastruttura.

Il cablaggio può rimanere mentre gli apparati cambiano

Switch, server, transceiver e apparati attivi vengono sostituiti.

Una dorsale ottica correttamente progettata e realizzata può rimanere installata molto più a lungo e attraversare diverse generazioni tecnologiche.

Questo cambia il criterio con cui conviene valutarla.

Un’infrastruttura non dovrebbe essere considerata soltanto per la velocità necessaria nel momento della sua installazione. Bisogna considerare anche quanto sarà semplice utilizzarla quando cambieranno gli apparati collegati alle sue estremità.

Non significa prevedere oggi quale transceiver verrà installato tra dieci anni. Nessuno può farlo in modo attendibile.

Significa evitare, dove possibile e ragionevole, di introdurre vincoli fisici difficili da rimuovere in futuro.

Tipo di fibra, numero delle fibre disponibili, architettura delle dorsali, terminazioni, punti di distribuzione, percorsi, spazio residuo, accessibilità e qualità della documentazione incidono tutti sulla possibilità di modificare l’infrastruttura nel corso del tempo.

La quantità di fibra è quindi importante, ma non coincide con la qualità dell’infrastruttura.

Avere fibre disponibili non basta

Due dorsali possono avere lo stesso numero di fibre e offrire possibilità di evoluzione completamente differenti.

Una può avere percorsi accessibili, pannelli ordinati, polarità nota, terminazioni coerenti, spazio residuo e documentazione aggiornata.

L’altra può avere fibre formalmente libere ma difficili da identificare, terminazioni accumulate nel tempo, percorsi saturi e documentazione non più corrispondente alla situazione reale.

Sulla carta possiedono la stessa capacità fisica.

Nella pratica non sono equivalenti.

Questo è particolarmente importante quando si valuta una infrastruttura esistente. Sapere che all’interno di un cavo sono presenti fibre non utilizzate è soltanto il primo dato.

Bisogna sapere quali fibre siano, dove arrivino, come siano terminate, in quali condizioni si trovino e quali prestazioni presenti il collegamento.

Solo allora è possibile capire se potranno realmente essere utilizzate per una nuova applicazione.

Le ottiche parallele rendono più importante la gestione fisica

Quando una connessione utilizza più coppie di fibre in parallelo, aumentano anche le variabili da governare.

La polarità deve essere corretta, le fibre devono essere identificabili e la configurazione effettivamente installata deve corrispondere alla documentazione.

Lo stesso vale per trunk multifibra, sistemi MPO e pannelli ad alta densità, dove un errore di configurazione può interessare contemporaneamente più canali.

A questo si aggiunge la necessità di mantenere l’infrastruttura accessibile.

La densità non dovrebbe essere valutata soltanto contando quante connessioni possono essere concentrate in una unità rack. Un sistema ad alta densità deve continuare a consentire l’identificazione delle porte, l’accesso ai connettori, il rispetto dei raggi di curvatura e la possibilità di intervenire su una tratta senza coinvolgere quelle adiacenti.

Se per aumentare il numero delle connessioni rendiamo difficile lavorare sul sistema, abbiamo ottenuto una maggiore densità nominale ma una infrastruttura peggiore da gestire.

Nel Data Center la densità è utile quando rimane compatibile con la manutenzione.

Il loss budget va considerato nel progetto

Un collegamento ottico non è definito soltanto dalla propria lunghezza.

Connettori, adattatori, giunzioni e altri elementi presenti lungo il percorso contribuiscono alle perdite complessive del canale e devono essere compatibili con i requisiti della specifica applicazione.

È importante evitare anche qui una generalizzazione frequente: non è corretto affermare che aumentando la velocità diminuisca necessariamente il budget ottico disponibile.

Il valore dipende dal PHY e dalle relative specifiche.

Rimane però valido un principio progettuale molto semplice: ogni elemento aggiunto lungo il percorso deve essere considerato.

Questo assume particolare rilevanza nelle infrastrutture modulari.

Pannelli, cassette, trunk preterminati e punti intermedi di permutazione possono offrire vantaggi importanti in termini di ordine, accessibilità e possibilità di riconfigurazione, ma ogni interfaccia contribuisce alle caratteristiche complessive del canale.

Non esiste quindi un numero di connessioni corretto in assoluto.

Esiste un’architettura che deve essere verificata rispetto alle prestazioni richieste dall’applicazione.

Per questo il loss budget dovrebbe essere valutato durante la progettazione e verificato attraverso le misure, non scoperto soltanto al termine dell’installazione.

Un link attivo non equivale a un cablaggio verificato

Quando due apparati stabiliscono correttamente il collegamento sappiamo che, in quelle condizioni, la comunicazione sta funzionando.

Non significa che conosciamo automaticamente tutte le caratteristiche dell’infrastruttura che li collega.

ISO/IEC 14763-3:2024 specifica sistemi e metodi per l’ispezione e il testing del cablaggio in fibra ottica installato secondo gli standard di cablaggio per gli ambienti del cliente, compresa la serie ISO/IEC 11801.

L’edizione 2024 ha introdotto, tra gli altri aggiornamenti, il testing del cablaggio MPO, misure LSPM end-to-end, criteri relativi all’incertezza di misura e requisiti normativi per l’ispezione della pulizia.

Queste verifiche assumono particolare importanza quando dobbiamo decidere se una dorsale esistente possa essere mantenuta e utilizzata con una nuova generazione di apparati.

Conoscere le caratteristiche della fibra, la lunghezza della tratta, le perdite, la configurazione e le condizioni delle terminazioni permette di confrontare ciò che è realmente installato con i requisiti dell’applicazione prevista.

Senza questi dati si possono commettere due errori opposti.

Sostituire una infrastruttura ancora perfettamente utilizzabile oppure mantenere una dorsale senza avere verificato se sia effettivamente adeguata.

In entrambi i casi il problema nasce dalla mancanza di informazioni.

La pulizia delle connessioni fa parte della qualità del collegamento

Le condizioni delle superfici ottiche non sono un dettaglio.

IEC 61300-3-35:2022 definisce procedure e criteri per l’ispezione visiva dei connettori in fibra ottica e dei fibre-stub transceiver, prendendo in considerazione contaminazioni, graffi e difetti delle superfici.

La stessa norma precisa però che l’ispezione visiva si aggiunge e non sostituisce la misura di parametri prestazionali come attenuazione e return loss.

Questo chiarisce bene il criterio da adottare.

L’ispezione permette di valutare le condizioni delle superfici e individuare contaminazioni o difetti. Le misure permettono di verificare le prestazioni del collegamento.

Sono attività differenti e complementari.

Con l’aumento della densità e del numero di fibre utilizzate nelle interconnessioni, la qualità con cui vengono eseguite queste operazioni diventa ancora più importante.

La documentazione deve descrivere ciò che esiste realmente

Un’infrastruttura può essere realizzata con componenti corretti e avere buone prestazioni, ma diventare comunque difficile da gestire se nel tempo perde la propria documentazione.

Quando occorre modificare un collegamento, verificare una polarità, utilizzare fibre libere o valutare una nuova configurazione, sapere da dove parte una tratta, dove arriva e attraverso quali elementi passa non dovrebbe richiedere una ricostruzione manuale dell’impianto.

La documentazione deve quindi essere aggiornata insieme all’infrastruttura.

Cavi, trunk, fibre, pannelli, porte e percorsi devono poter essere identificati con sufficiente precisione.

L’esigenza non nasce con Ethernet a 1,6 Tb/s. Esiste da sempre.

L’aumento della densità e della complessità rende però molto più evidente il costo di una gestione approssimativa.

Più cresce il numero delle connessioni, meno è ragionevole affidarsi alla memoria di chi ha realizzato l’impianto o a etichette aggiunte nel corso degli anni senza un criterio coerente.

Una fibra esistente non diventa obsoleta perché cambia Ethernet

L’arrivo di una nuova generazione Ethernet non costituisce, da solo, un motivo tecnico sufficiente per sostituire una dorsale in fibra già installata.

Prima bisogna capire che cosa abbiamo realmente a disposizione.

La valutazione deve partire dall’identificazione del tipo di fibra e dalla configurazione dell’impianto, proseguire con il controllo delle tratte, delle terminazioni e delle connessioni presenti e arrivare alle misure necessarie per conoscerne le prestazioni.

Soltanto a quel punto è possibile confrontare l’infrastruttura con i requisiti del nuovo PHY.

Il risultato può essere diverso da caso a caso.

Una dorsale potrà essere mantenuta senza modifiche.

Un’altra potrà richiedere interventi sulle terminazioni o una diversa configurazione.

In altri casi sarà necessario realizzare nuove tratte.

La decisione deve derivare dalla verifica tecnica dell’impianto.

L’età della fibra, da sola, non permette di stabilire se debba essere sostituita. Allo stesso modo, il fatto che il collegamento sia attualmente funzionante non permette di concludere che possa supportare qualsiasi applicazione successiva.

Progettare per il futuro non significa indovinarlo

Nel cablaggio viene utilizzata spesso l’espressione “future proof”.

È una definizione da usare con prudenza.

Nessuno può sapere con certezza quali PHY, transceiver e architetture verranno utilizzati durante l’intera vita operativa di un Data Center.

Quello che sta accadendo oggi ne è un buon esempio.

Mentre IEEE P802.3dj porta avanti la standardizzazione che comprende 1,6 Tb/s, P802.3ds sviluppa contemporaneamente nuovi PHY su fibra multimodale e lo Study Group dedicato ai 400 Gb/s per lane sta già studiando una generazione successiva di interfacce.

La tecnologia continua quindi a modificare il rapporto tra velocità, numero delle lane e configurazione fisica dei collegamenti.

Pretendere di conoscere oggi ogni requisito futuro non sarebbe realistico.

È invece possibile progettare un’infrastruttura che mantenga una ragionevole capacità di adattamento.

Significa evitare percorsi completamente saturi fin dall’inizio, prevedere capacità residua dove ha senso farlo, mantenere accessibili i punti di distribuzione, documentare correttamente ciò che viene installato e disporre di misure attendibili sulle prestazioni delle dorsali.

La differenza è importante.

Non dobbiamo sapere quale tecnologia verrà utilizzata tra dieci anni.

Dobbiamo evitare, per quanto ragionevole, che una scelta fisica presa oggi renda quella futura tecnologia inutilmente difficile da adottare.

Che cosa conviene verificare oggi

Quando si progetta una nuova infrastruttura ottica o si valuta quella esistente, la domanda non dovrebbe essere semplicemente quante fibre servano per arrivare a 1,6 Tb/s.

Prima bisogna definire le applicazioni realmente previste, le distanze, l’architettura del Data Center e le parti dell’infrastruttura che risulterebbero più difficili da sostituire in futuro.

Su un impianto esistente è necessario conoscere almeno il tipo di fibra, le lunghezze delle tratte, la topologia, il numero e il tipo delle connessioni, le terminazioni, la polarità, le prestazioni misurate, lo spazio disponibile nei percorsi e la corrispondenza tra documentazione e situazione reale.

Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, rende un’infrastruttura compatibile con qualsiasi tecnologia futura.

Considerati nel loro insieme permettono però di prendere decisioni basate sui dati invece che sulle supposizioni.

Il valore del layer fisico aumenta insieme alla capacità della rete

Guardando all’evoluzione di Ethernet è facile concentrare l’attenzione sulla sequenza delle velocità: 100, 400, 800 Gb/s e ora 1,6 Tb/s.

Dal punto di vista infrastrutturale, la parte più interessante è un’altra.

Gli apparati continueranno a cambiare, aumenterà la capacità delle singole lane e cambieranno le configurazioni utilizzate per raggiungere la stessa velocità complessiva.

Il cablaggio può invece rimanere installato per molti anni.

Per questo una dorsale correttamente progettata, misurata, gestita e documentata vale molto più della semplice quantità di fibra che contiene.

L’arrivo delle interfacce a 1,6 Tb/s non rende necessario sostituire indiscriminatamente ciò che è già presente.

Rende necessario conoscerlo meglio.

Tipo di fibra, topologia, terminazioni, polarità, attenuazione, qualità delle connessioni, accessibilità, capacità dei percorsi e documentazione sono le condizioni fisiche sulle quali dovranno lavorare anche le prossime generazioni di apparati.

Una buona infrastruttura non può garantire di essere compatibile con qualsiasi tecnologia futura.

Può però essere progettata affinché l’evoluzione della rete non obblighi, ogni volta, a ricominciare da capo.

Fonti tecniche di riferimento

IEEE P802.3dj — 200 Gb/s, 400 Gb/s, 800 Gb/s and 1.6 Tb/s Ethernet Task Force.

IEEE 802.3 — 400 Gb/s/Lane Signaling Study Group.

IEEE P802.3ds — 200 Gb/s per Wavelength MMF PHYs Task Force.

ISO/IEC 14763-3:2024 — Information technology — Implementation and operation of customer premises cabling — Part 3: Testing of optical fibre cabling.

IEC 61300-3-35:2022 — Fibre optic interconnecting devices and passive components — Basic test and measurement procedures — Part 3-35: Examinations and measurements — Visual inspection of fibre optic connectors and fibre-stub transceivers.

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